Quello che è capitato ieri non è sfortuna:
è una scelta!

Se piove, sulla Lazio arriva sempre il diluvio. E non è sfortuna: è una scelta. Una Lazio scientemente indebolita da Lotito, che dopo sei mesi di immobilismo in attesa dello sblocco del mercato ha pensato bene di “festeggiare” con lo smantellamento: Castellanos destinato alla cessione e Guendouzi sacrificato senza esitazioni. Uno che, per livello internazionale e presenza fisica, NON HA SOSTITUTI.
Taylor è un buon giocatore, ma il problema non è il suo valore: è il contesto. Doveva essere la mezzala d’inserimento accanto al francese, non il suo rimpiazzo. Ma qui si continua a confondere il riempire le caselle con il costruire una squadra.
Una società ambiziosa Guendouzi lo avrebbe blindato, riconoscendogli l’adeguamento d’ingaggio chiesto già a fine scorsa stagione. Altro che Como: l’opera di smantellamento della Lazio è sotto gli occhi di tutti da mesi. E siccome la sfortuna, quando vuole colpire, non sbaglia mai bersaglio, a Sarri tocca affrontare Fabregas nella notte più nera possibile: due nuovi da inserire in corsa, assenze pesantissime (Basic, Vecino, Dia), nervosismo cronico, arbitri sempre nel mirino, Cataldi diffidato che salterà Lecce, e uno stadio giustamente inviperito.
Il quadro è grottesco: Sergio Cragnotti, il presidente più amato della nostra storia, invitato in tribuna a Monte Mario mentre le telecamere inquadrano Suwarso. Il patron del Como, arrivato in Serie A a colpi di milioni veri e idee chiare, sorride per il gol di Baturina. Loro investono. Noi resistiamo. E in campo non c’è partita.
Nulla succede per caso. Questa mattanza è figlia di uno sbandamento totale e di una gestione societaria folle. Chiariamo: Sarri aveva perso male anche all’andata e probabilmente il risultato non sarebbe cambiato nemmeno con Guendouzi e Castellanos in campo. Ma qui sta saltando tutto. Il rischio è aver già perso il filo della stagione. Giocare in una situazione di instabilità permanente è impossibile.
E qui si arriva al nodo centrale.
La Lazio è un club che non investe capitali propri.
Autosostentamento come dogma.
Compravendita come unica benzina.
Fatturato basso, marketing povero, merchandising marginale, sponsor ridotti al minimo sindacale.
In campo c’è un allenatore bravo, preparato, ma incastrato. Poco duttile non per limiti tecnici, ma per contesto. Una rosa senza vere eccellenze, monocorde nelle caratteristiche, fatta di giovani acerbi e veterani a scadenza.
Giovani contro vecchi.
Progetti contro gestione.
Visione contro sopravvivenza.
Da una parte una dirigenza che a parole affida al tecnico le chiavi del mercato.
Dall’altra una società che considera il tecnico un semplice dipendente.
E non è un’interpretazione. È una frase.
«Sarri fa l’allenatore, è un dipendente. Qui comando io».

Parole che pesano come macigni. E che spiegano tutto.
Sarri lo ha capito. Si è tirato indietro. Ha smesso di indicare la rotta, perché la rotta non gli appartiene più. E per onestà intellettuale va detto: anche lui, ieri sera, ha contribuito allo sfacelo. Ma il problema è molto più grande di Sarri.
Il problema non è solo il Como.
Il problema è che la Lazio oggi non regge più il confronto neanche con i club di confine: Bologna, Roma, Atalanta. Tutti superiori per fatturato, investimenti, struttura, organizzazione.
Il distacco è diventato dimensionale. La lazio subisce una marea di torti arbitrali in ogni gara per copa di una guerra causata da Lotit contro Gravina.
Nulla è episodico. Nulla è casuale!

La Lazio è un club in declino, infilato in un vicolo buio che rischia presto di diventare cieco.
Il modello delle plusvalenze, tecnicamente, può anche funzionare. Ma è un modello estremamente rischioso. Impone una crescita perfetta, continua, quasi miracolosa: comprare poco, valorizzare tutto, vendere caro. Sempre. Senza errori. Senza pause. È un equilibrio talmente fragile da stare a metà tra “io speriamo che me la cavo” e “gira la ruota”.
Pensare oggi la Lazio nell’olimpo delle grandi equivale a giocare un terno al lotto.
E perdere.
Questa dimensione ribassata esplode definitivamente quando si scontra con la favola più audace del calcio italiano: il Como.
Il dramma del popolo laziale non è la sconfitta.
È l’impotenza di sognare.

Un’impotenza che produrrà due effetti devastanti: non darà spinta al club per tornare grande e minerà il confronto quotidiano, sociale e culturale con la Roma. Anche nei banchi di scuola. Come negli anni Ottanta. Un ritorno indietro che fa male anche solo a immaginarlo.
Uno scenario quasi apocalittico, reso ancora più simbolico da quella notte all’Olimpico, sotto lo sguardo impotente di Sergio Cragnotti. Genio ed eroe di un’epoca in cui la Lazio osava, investiva, credeva.
Oggi, invece, quella sbiadita idea di Lazio si limita a resistere.
E resistere, nel calcio moderno, non basta più.
La Lazio merita rispetto.
I laziali pure.
E a Fiumicino, come ovunque batta un cuore biancoceleste, la pazienza è finita.
In un quadro così drammatico parlare della partita di ieri è persino superfluo. La gente laziale è allo stremo e non sopporta più di essere presa in giro da questo personaggio che usa la Lazio come il suo bancomat e per riempire il suo ego Narcisistico. La pazienza è finita.
Davide B.

