Non c’è rabbia più amara di quella che nasce dall’amore tradito.
Lo sciopero del tifo deciso dlla maggior parte della tifoseria della Lazio non è un gesto di disinteresse. È il contrario. È un atto doloroso, sofferto, ma necessario. Perché quando ti senti preso in giro, ignorato, trattato come un dettaglio, prima o poi sei costretto a fermarti.

Noi non scioperiamo contro la Lazio.
Scioperiamo per la Lazio.
Da anni assistiamo a una gestione che viene raccontata come virtuosa sotto il profilo economico, ma che sul piano sportivo e progettuale appare priva di ambizione. La sensazione diffusa è che la sopravvivenza sia diventata l’obiettivo massimo, non la crescita.
Ma una società come la S.S. Lazio non può vivere di ordinaria amministrazione.
Il punto più doloroso non è nemmeno tecnico. È comunicativo. È istituzionale. È di stile.
Un “presidente” rappresenta un popolo. Dovrebbe unire, proteggere, elevare il livello del confronto. Invece troppo spesso assistiamo a uscite fuori luogo, a risposte polemiche verso semplici tifosi, a telefonate private finite sui social in cui il tono utilizzato ha generato imbarazzo e sconcerto tra i laziali.
Anche l’ultima conversazione circolata ieri in rete, come altre in passato, ha riproposto la stessa dinamica: dialoghi accesi con sconosciuti, parole Volgari e sopra le righe, un’esposizione mediatica che finisce per danneggiare l’immagine del club.
La Lazio e i suoi tifosi non possono diventare oggetto di ironia nazionale per atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con la sua storia e la sua grandezza.
Il presidente della S.S. Lazio non rappresenta solo se stesso. Ogni parola pesa. Ogni reazione si riflette sul simbolo che porta sul petto.
Un presidente rappresenta un popolo. Dovrebbe unire, proteggere, motivare. Invece troppo spesso abbiamo assistito a risposte sprezzanti, a dichiarazioni divisive, a una costante centralità della figura presidenziale rispetto alla comunità biancoceleste.
La Lazio non è un palcoscenico personale. È una storia collettiva.
E poi è arrivato il momento del Flaminio.

Lo Stadio Flaminio poteva essere la grande occasione della riconciliazione. Un progetto simbolico, identitario, un ritorno a casa. Il luogo perfetto per dire: “Ripartiamo insieme”.
Invece anche lì si è persa un’opportunità.
Nessun gesto di apertura verso la tifoseria. Nessuna ammissione degli errori comunicativi del passato. Nessuna parola che suonasse come un ponte. Solo l’ennesima esposizione personale, l’ennesimo scontro, l’ennesima contrapposizione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una frattura profonda.
Questo sciopero non è un capriccio. È un grido silenzioso. È la richiesta di rispetto. È la richiesta di ambizione. È la richiesta di un progetto sportivo che guardi in alto e non solo al bilancio.
La Lazio merita una guida che sappia interpretarne la grandezza, non ridimensionarla.
Noi torneremo a cantare….Torneremo a riempire lo stadio. Torneremo a spingere la squadra….ma non ora! Abbiamo un compito più grande che arrivare a un risultato sportivo. Dopo 21 anni abbiamo il diritto di Lottare per Liberare la Lazio da un personaggio che ha sempre dimostrato di essere un corpo estraneo al concetto di Lazialità.
Lo faremo quando sentiremo che la Lazio è di nuovo al centro.
Non un mezzo. Non uno strumento. Non un trampolino.
La Lazio soprattutto non può diventare lo zimbello di tutti con le uscite fuori luogo di un presidente malato di protaginismo che risponde a degli sconosciuti insultandoli creando imbarazzo e sconcerto.
La Lazio è un popolo.
E un popolo non può essere ignorato e vilipeso per sempre.
Il nostro Club invita tutti i Laziali a fare corpo unico e a Disertare lo stadio in linea con i gruppi organizzati. Vi aspettiamo in sede per tifare La nostra Lazio! un abbraccio e AVANTI LAZIALI!
Davide B.
Quelli di Sempre

